Buoni pasto, è sfida aperta

L'introduzione della norma che fissa al 5% il tetto massimo delle commissioni nei contratti tra società che emettono e rete commerciale per l'accettazione dei ticket divide il mercato

Buoni pasto, è sfida aperta

L'introduzione della norma che fissa al 5% il tetto massimo delle commissioni nei contratti tra società che emettono e rete commerciale per l'accettazione dei ticket divide il mercato
Buoni pasto, è sfida aperta

Secondo il Centro ricerche Aidp (Associazione italiana dei professionisti delle risorse umane) costringerà il 66% dei direttori del personale a tagli e rimodulazioni delle risorse del welfare aziendale. In dettaglio, il 39% sforbicerà altre voci di spesa Hr, il 15% ridurrà il valore facciale, il 13% ricorrerà ad altre azioni di sostegno al potere di acquisto. Solo un quarto del campione ritiene che la misura non avrà alcun effetto.

Bastano questi dati a dare la misura dell’impatto che l’entrata in vigore della nuova normativa sul tetto alle commissioni sui buoni pasto promette di generare sull’industria. Che, è bene ricordarlo, utilizza questo strumento a larghe mani come tassello nevralgico per costruire le rispettive politiche di welfare aziendale.

IL RUOLO DI SERVIZIO

I dati rilevati dalla ricerca ‘L’impatto sociale ed economico dei buoni pasto’ condotta nel 2024 su 16.000 percettori da Anseb-Associazione Nazionale Società Emettitrici Buoni Pasto in collaborazione con Altis Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, parlano chiaro: per il 66% degli utilizzatori, questo benefit copre in media tra il 50 e l’80% del costo di un pranzo. E ben il 62% degli intervistati, con un picco tra gli under 35enni, esprime un livello di soddisfazione medio o alto rispetti al servizio. Ma non solo.

Il buono pasto è ormai percepito come un ‘diritto’ dal dipendente: lo attesta il punteggio medio di 4,1 ottenuto da questa voce su una scala da 1 a 5. Senza contare che si tratta di uno strumento ben accolto anche dagli esercenti: la stessa survey rivela, infatti, che oltre il 48% di loro lo considera utile per aumentare la clientela. E questo soprattutto se viene veicolato attraverso card e app, ritenute garanzia di maggiore incasso dal 51% dei 2.379 player interpellati. Il buono pasto, insomma, si rivela un asset di business. Che premia in particolare i supermercati: questa è, infatti, la tipologia commerciale dove viene speso dall’89% degli utilizzatori, seguita a netta distanza da negozi specializzati in articoli alimentari (22%), bar e tavole calde (19%) e ristoranti, osterie e trattorie (16%).

COSA DICE LA LEGGE

La fotografia scattata dall’indagine di Anse/Altis rileva, dunque, come il buono pasto reciti un ruolo non certo secondario tanto agli occhi dei percettori quanto a quelli dell’industria che li adotta e della distribuzione che li riceve. Un ruolo chiamato ora a confrontarsi con una nuova griglia normativa, che interviene sulla materia ponendo paletti di deciso spessore. La Legge sulla Concorrenza 2024, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 17 dicembre 2024 (n. 193/2024), introduce, infatti, all’articolo 37 un tetto del 5% alle commissioni nei contratti tra società emittenti e rete commerciale per l’accettazione dei ticket. E così facendo, impone di fatto una netta riduzione a quella trattenuta media che attualmente Fipe stima attorno all’11 per cento.

In buona sostanza, il legislatore punta a una regolamentazione di un sistema articolato, che vede le aziende acquistare buoni pasto, come investimento di welfare per i propri dipendenti, presso società che emettono. E che vede poi queste ultime, in funzione del servizio di intermediazione erogato, trattenere un rimborso (chiamato dalle norme di settore ‘sconto incondizionato’) sul ticket incassato dall’esercente. È dunque evidente che intervenire su questo meccanismo rappresenta una partita piuttosto delicata. Ed è altrettanto evidente che l’azione dell’Esecutivo si presti a sollevare polemiche tra le diverse parti in causa.

© Riproduzione riservata