
“Industria e distribuzione devono lavorare insieme per creare condizioni in grado di creare valore, così da intercettare un consumatore che oggi agisce sempre più spesso fuori dagli schemi”. Traccia la linea di un’intera filiera l’appello lanciato da Alessandro d’Este, Amministratore delegato Veronesi Holding, durante i lavori dell’assemblea annuale di Ibc – Associazione Industrie Beni di consumo, andata in scena oggi a Milano.
Un appello preciso e consapevole, che si inserisce in uno scenario parecchio complicato. A pesare sull’intero mercato agroalimentare è, infatti, la disarticolazione del commercio internazionale, che non solo impatta sulle prospettive dell’export, ma che fatalmente si ripercuote anche sul mercato domestico. A confermarlo sono le evidenze di una analisi redatta da Ref Ricerche per Ibc, che per il 2025 prevedono un andamento a prezzi costanti dei consumi nazionali in debole crescita (+0,8%) rispetto allo scorso anno (+0,4%). E che stimano un rallentamento dell’incremento del potere di acquisto delle famiglie, destinato a passare dal +2,0% del 2024 al +0,8% del 2025.
SCONTRINI FREQUENTI MA RIDOTTI A VALORE
Un punto dolente, quest’ultimo, di cui il consumatore sembra avere già chiara percezione. Almeno stando ai comportamenti che mette in atto. “Gli italiani – afferma Marco Pellizzoni, Commercial Director Consumer Panel YouGov – reagiscono alla crisi economica e demografica con la loro storica vocazione al risparmio. Molti indicatori, del resto, testimoniano comportamenti di acquisto all’insegna della prudenza: c’è l’uso delle promozioni per contenere lo scontrino e c’è l’inclusione del canale discount nella spesa, la cui penetrazione è ormai pari all’88,7 per cento. E poi ci sono gli acquisti, cresciuti in frequenza (+3,9% nell’ultimo anno), ma al contempo ridotti a valore, come certifica il calo del 2,7% della spesa media per atto”.
In una parola, lo shopper si muove seguendo una precisa bussola: più frammentazione e meno scorte.
L’INSTABILITÀ GEOPOLITICA RIDEFINISCE LE PRIORITÀ
Ed è chiaro che questi indicatori non contribuiscono a rassicurare l’industry, già alle prese con una lunga serie di criticità di sistema. “In un quadro geopolitico ed economico all’insegna dell’incertezza, le nostre aziende hanno grosse difficoltà a impostare piani di attività e investimenti – afferma Flavio Ferretti, Presidente Ibc –. Subiamo elevati costi dell’energia, volatilità del prezzo delle materie prime, difficoltà di approvvigionamento. Ostacoli che si sommano ai problemi di accesso al credito e all’elevata pressione fiscale, penalizzando la nostra competitività”.
Senza dimenticare i dazi, in merito ai quali “chiediamo che le istituzioni europee e nazionali intervengano per scongiurare un’escalaltion su vasta scala”.
Ibc – Associazione industrie beni di consumo rappresenta un comparto popolato da più di 35mila imprese, in gran parte piccole e medie, che genera un giro d’affari di circa 500 miliardi di euro (230 solo nel settore grocery), occupa 1,1 milioni di addetti (il 29% dell’industria manifatturiera) e investe annualmente circa 17 miliardi di euro in ricerca e innovazione.